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Diego Gualandris, Joyous Cosmologys, 2026

Come scrive il critico Matteo Scabeni: “La pittura di Diego Gualandris si manifesta come un terreno di sperimentazione aperto e ricco. La sua ricerca mira a superare i confini tradizionali del medium, sviluppando una riflessione colta e vigorosa sulla natura e sull’esito dell’immagine pittorica. Strati sovrapposti e incostanti, più o meno materici, costruiscono scene al limite del fantastico e del riconoscibile: la pittura diventa un dispositivo mutevole, perennemente sottoposta al peso dello scorrere del tempo, pronto a condurla verso l’impermanenza. Gualandris utilizza pigmenti specifici, talvolta composti da residui ferrosi, che sottopongono la tela a processi naturali di ossidazione, modificandola irrimediabilmente. L’immagine pittorica, così, si trasforma in qualcosa di inaspettato – o, ancora meglio, di inatteso. Al suo interno, dialogano prospettive infinite sull’iconografia tanto della memoria storica quanto di quella personale di Gualandris: compaiono elementi folkloristici, rituali pagani, suggestioni proto-spirituali, echi ancestrali, forme che si muovono liberamente tra mito, cosmologia, letteratura, fascinazioni esotiche ed esoteriche. Le opere dell’artista sono popolate da vortici di figure sfumate che si accalcano, soggetti celesti con cui si intrecciano narrative incostanti e mutevoli, spesso non chiaramente distinguibili. Gualandris dona infine alla pittura una coscienza intima che sonda radicalmente i concetti basilari dell’esistenza: identità, solitudine, sogno, vita e morte, tutto e niente”.