C’è qualcosa di meravigliosamente irriducibile nei fiumi. Una massa d’acqua vorticante che, da tempo immemore, scorre verso valle, ricercando il mare. Noi - piccoli e significanti - esseri umani lo sappiamo: è una forza spaventosa a guidare la logica di un ecosistema in costante movimento. Un antico adagio cinese riprende metaforicamente l’inesorabilità dello suo eterno scorrere per invitare alla pazienza strategica nei confronti dei propri nemici, mentre Bertold Brecht sottolineava l’urgenza di una sua liberazione, ponendo l’attenzione sulla violenza esercitata da chi prova a piegarne il corso per etero-direzionarlo in uno scopo chiuso. Questa mia tela rappresenta una crasi tra tali due visioni, apparentemente agli antipodi. La pittura si fa liquida sedimentazione temporale. L’ansa che piega la massa della corrente riflette l’ansia scaturita in tutti noi dall’inarrestabilità dell’esistente. L’oscura ed intricata selva ripariale si offre come invalicabile rifugio per piccoli esseri viventi che rosicchiano e si annidano tra i tronchi marci. Infine, i torbidi mulinelli appaiono come promesse di vendetta o di emancipazione. É il potere del fiume ad essere evocato, la sua tremenda eccedenza. Il fiume è una contraddizione manifesta. Il fiume siamo noi, perché noi facciamo parte del fiume, e non dobbiamo mai dimenticarlo.