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Bianca Schröder, Doppio vaso con fiori, 2025

Non so se affronto dei temi nel vero senso della parola, che mi dà l’idea di qualcuna che eroicamente e in accordo con se stessa, decide che affronterà tal o talaltro argomento perché ne vale la pena. Io a volte dipingo, altre volte quasi dipingo, o mi muovo intorno al dipingere. Al massimo metto dei paletti, da sola. Come a dire: potrei raggiungere la cucina in maniera rettilinea, ma voglio vedere se, piantando un campo di girasoli tra la stanza e cucina e dovendolo attraversare ogni giorno, questo cambi il mio modo di cucinare. Ho trovato nella pittura uno spazio di azione, un terreno abbastanza ampio da essere capace di contenere le proprie contraddizioni, e la cosa mi affascina e mi libera profondamente. Mi rendo anche conto che nei miei lavori c’è un movimento mentale della pittura che si ripensa e si ripete. Sono sistemi che ricevono input e rimandano a loro stessi le proprie informazioni, creando cicli di auto-riflessione e meditazione nei migliori dei casi, e distorsione e coazione a ripetere nel peggiore. È questo che intendo quando penso alla mia pratica come campo di trasformazione, dove la materia, il concetto e l'affetto si mescolano continuamente, un tentativo di analisi teorica mescolato ad un atto di resistenza personale.